L’Eremo vi fa riscoprire la magia del merletto ligure con Gisella Ravera merlettaia e figlia d’arte: un workshop immersi nel verde del Parco di Portofino per sperimentare manualità, creatività e tradizione di alto artigianato ligure.
Spesso pensiamo al “Made in Italy” come a un concetto moderno, ma le sue radici risalgono a secoli fa. Un esempio virtuoso è la storia della manifattura del merletto genovese realizzato al tombolo.
Il pizzo al tombolo è una tecnica artigianale tramandata per generazioni di madre in figlia, che si basa sull’intreccio di numerosi fili, avvolti attorno a piccoli fuselli di legno.
Il disegno da realizzare è riportato su un cartone di lavoro, fissato sopra un cuscino imbottito, detto appunto tombolo.
Durante la lavorazione, gli spilli vengono inseriti progressivamente nei punti indicati, sostenendo e guidando l’intreccio dei fili.
I mercanti di Genova intuirono precocemente il valore commerciale dell’artigianato locale, trasformando la produzione di pizzi in una vera e propria industria del lusso internazionale: a Portofino e a Santa Margherita dal ‘600 e all’800 quasi tutte le donne dei borgo imparavano questa tecnica da bambine. Da adulte si riunivano a gruppi di tre o più, lavorando al tombolo anche in gruppo con cuscini monumentali lunghi più di due metri. Manovrando centinaia di fuselli, davano vita a scialli e tovaglie a filo continuo caratterizzati dal tipico “Punto Genova” che ancora oggi ritroviamo nell’architettura e nella ceramica ligure.
Dalle spiagge di Santa Margherita e dai portici di Portofino alle corti d’Europa, poli d’attrazione di sfarzo, moda e arte, questi dettagli dell’abbigliamento e non solo erano un vero e proprio status symbol.
Il loro prestigio era tale che pittori del calibro di Van Dyck e Rubens si specializzarono nel riprodurre nei loro ritratti ogni minimo dettaglio di questi preziosi pizzi.
Ancora oggi il tombolo conserva la propria capacità di trasformarsi. Accanto alla riproduzione dei motivi tradizionali, viene reinterpretato attraverso nuovi materiali e forme, entrando in dialogo con il design di gioielli e l’arte tessile contemporanea.
Torna in discussione la possibile presenza di mount bike nel parco di Portofino, interdette per evitare che le ruote scavino solchi che le piogge ampliano e trasformano in torrentelli; con la conseguenza che l’acqua non viene assorbita dal monte, concorrendo a frane e smottamenti.
Ci sono anche caratteristiche molto particolari, non sempre conosciute, come il geo-sito del monte Pollone.
Un interessante studio degli scienziati Edoardo A.C. Costantini (CNR-IBE – Biology, Agriculture and Food Sciences Department, Sesto Fiorentino (FI), Italy) e Federico Preti (DAGRI-UniFi, Università di Firenze, Italy) hanno pubblicato un interessante studio su EQA – International Journal of Environmental Quality (ISSN 2281-4485 – Vol. 70 (2025): 51 – 58). Trascriviamo l’articolo pubblicato sul Levante News citato nell’estensione originale.
Lo sviluppo delle radici degli alberi è fortemente influenzato dalla natura degli orizzonti profondi del suolo. Nei suoli forestali, spesso sono presenti orizzonti o strati che assorbono bene l’acqua, sovrapposti ad altri che rallentano o impediscono il drenaggio profondo, promuovendo il movimento sub-orizzontale dell’acqua. In questi casi, il rischio di frane è significativamente elevato, soprattutto quando i confini tra gli orizzonti sono bruschi. Questo rischio è ulteriormente aggravato nei terreni in pendenza. Un aspetto spesso trascurato della gestione del suolo è la compattazione profonda.
Oltre alla compattazione superficiale causata dall’uso di macchinari pesanti per le attività di disboscamento, possono essere presenti orizzonti naturalmente compatti nel profilo del suolo. Questi possono includere sedimenti consolidati, ma anche strati pedogenetici come il fragipan o orizzonti cementati da sali, come gli strati petrocalcici, che si trovano a profondità variabili ma spesso entro un metro dalla superficie.
Questi orizzonti compatti riducono la ritenzione idrica. capacità e conducibilità idraulica Costantini 2021 ostacolano il drenaggio delle acque profonde e aumentano il rischio di ristagno idrico negli orizzonti sovrastanti. Di conseguenza, favoriscono il deflusso superficiale, l’erosione di rigagnoli e calanchi e l’instabilità dei pendii. A questo proposito, i suoli del Parco Regionale di Portofino (rappresentano un esempio eclatante. Il parco presenta circa 80 km di sentieri segnalati e decine di percorsi per mountain bike, di varia pendenza e livello di difficoltà. L’uso intensivo dei sentieri, in particolare da parte delle mountain bike, ha portato a una significativa erosione del suolo, a volte anche nei tratti meno ripidi. Molti dei suoli del parco hanno un’elevata erodibilità e sono quindi facilmente asportabili dall’acqua corrente quando non sono protetti da vegetazione, lettiera di foglie, ramoscelli e rami morti, come nel caso dei sentieri e in particolare delle piste ciclabili (Scopesi et al. 2013). Inoltre molti suoli del parco sono poco profondi, il che significa che la perdita di suolo spesso espone le rocce sottostanti o substrato pietroso, con conseguenze negative sia per la vegetazione forestale che per l’accessibilità dei sentieri.
Un caso particolarmente degno di nota è quello del suolo più significativo del parco, come Monte Pollone. A differenza di altri suoli del parco, questo è un antico paleosuolo relitto (un Cutanic Acrisol) risalente almeno al Pleistocene medio o inferiore (diverse centinaia di migliaia di anni fa), che si estende per circa trenta ettari sull’antica superficie originariamente pianeggiante che domina la famosa Abbazia di San Fruttuoso (Rellini et al. 2017). Questo suolo ha un significato culturale eccezionale, in quanto estremamente raro anche su scala europea e fornisce prove di condizioni ambientali diverse da quelle odierne. Suoli di questo tipo e in questa specifica posizione morfologica spesso conservano reperti archeologici di vari periodi, tra cui il Paleolitico. Il suolo di Monte Pollone è più profondo rispetto agli altri suoli del parco, ha una tessitura più fine e meno sassosa, il che lo rende più adatto all’uso ricreativo, in particolare al ciclismo. Tuttavia, queste stesse caratteristiche lo rendono altamente suscettibile all’erosione idrica concentrata. Inoltre, la sua tessitura fine lo rende particolarmente soggetto a compattazione, aumentando ulteriormente il rischio di erosione (Costantini 2024).
Sulla base di risultati scientifici e raccomandazioni di esperti che dimostrano il legame tra l’attività ciclistica e l’aumento del rischio di erosione, insieme alla perdita di un’importante risorsa ambientale, l’amministrazione del parco ha recentemente deciso di vietare l’accesso alle biciclette all’interno del parco. https://www.parcoportofino.it/hh/ index. Php).
Parlando di coste si può davvero parlare di coesistenza bilanciata tra sfera pubblica e sfera privata, o è solo un’illusione?
È una mattina rovente di inizio luglio ad Atene. Noi – Vasiliki e Carolina – ci stiamo concedendo qualche giorno di pausa dai nostri dottorati nel Regno Unito, cercando di non pensare a biblioteche e lavoro sul campo per immergerci nell’ozio dell’estate greca. Vasiliki, cresciuta ad Atene, è tornata a casa per una visita e Carolina l’ha accompagnata per una breve vacanza. Stiamo guidando lungo la costa con l’aria condizionata accesa e i finestrini socchiusi, nel tentativo di tenere a bada il caldo. Alla ricerca disperata di un posto dove fare un tuffo, deviamo verso una piccola insenatura che Vasiliki ha sempre chiamato “la spiaggia del nonno”, senza mai sapere se avesse un nome ufficiale. Carolina ha già fatto il giro dei luoghi imperdibili della città e ora è ansiosa di conoscere il punto di vista della gente del posto. Del resto, entrambe studiamo l’esperienza vissuta delle città – come le configurazioni spaziali modellino identità e comunità – e a quanto pare questo modo di guardare il mondo è difficile da abbandonare, anche in vacanza.
La spaiggetta di Niasca sotto di noi; raro caso di spiaggia libera nel golfo del Tigullio in Liguria
Il mare si intravede in lontananza, appena oltre un ampio tratto di asfalto che sembra fungere da parcheggio improvvisato. La spiaggia rimane indecifrabile: non sappiamo ancora che tipo di luogo sia, né a chi appartenga. Un uomo è fermo proprio prima dell’inizio della sabbia, sotto un po’ d’ombra. Esitiamo alla vista di un cartello “Vietato parcheggiare”. Rallentiamo e abbassiamo il finestrino. “Ci fermiamo solo per un bagno veloce”, diciamo. Lui sorride e annuisce, facendoci cenno di entrare con un gesto al tempo stesso permissivo e ambiguo. A un certo punto, pensiamo, l’accesso alla spiaggia – nella cosiddetta “Riviera ateniese” e non solo – ha smesso di essere considerato un diritto e ha iniziato a sembrare un favore.
Quando arriviamo di fronte alla riva, la spiaggia ci appare divisa in due: a destra è gestita da privati, mentre a sinistra si estende senza rivendicazioni. Non è sempre stato così, ricorda Vasiliki. È stato nel 2019 che il comune di Vari-Voula-Vouliagmeni, uno dei sobborghi a sud di Atene, ha concesso per la prima volta a una società privata il permesso di gestire quella che era stata designata come spiaggia attrezzata: lettini, ombrelloni, servizio ristorante. L’accordo era chiaro: l’operatore privato poteva occupare fino al 50 per cento della spiaggia, lasciando l’altra metà aperta e gratuita per l’uso pubblico. Tuttavia, il documento non era accompagnato da una mappa dettagliata con linee guida su dove potessero essere collocati tavoli, ombrelloni e lettini a riva.
Questa non è solo una storia locale. In tutto il Mediterraneo e oltre, le coste vengono sempre più spesso ridisegnate, non con recinzioni o decreti formali, ma attraverso una coreografia più sottile fatta di cartelli, tariffe, permessi e assenze. In Italia, ad esempio, il 43 per cento delle spiagge è gestito privatamente, con alcune regioni come la Liguria che vedono quasi il 70 per cento dei propri litorali sotto il controllo di operatori privati. In Libano, si stima che fino all’80 per cento dei circa 220 chilometri di costa non sia accessibile al pubblico.
Le rocce sono state rimosse. I cespugli spariti. Gli alberi sradicati. La pendenza del paesaggio modificata. Al loro posto è arrivata della sabbia ordinata, importata, grossolana, di un pallore innaturale, sparsa su quello che un tempo era un litorale ruvido e irregolare. Ciò che era stato autorizzato come stagionale e con un impatto minimo, come un pontile galleggiante appoggiato delicatamente sul fondale per sei mesi l’anno, è diventato una piattaforma permanente che si protende nell’acqua.
E tutto questo per 73 euro al metro quadro all’anno. Il contratto, sulla carta, copre 380 metri quadrati, ma anche questa cifra è variabile nella pratica, scollegata dalla reale superficie trasformata e utilizzata. Per 27.740 euro l’anno, un tratto pregiato di costa è stato riconfigurato, recintato e monetizzato. Per curiosità, facciamo una rapida ricerca su Google. La spiaggia è gestita da un hotel di lusso nelle vicinanze, il che spiega i furgoni neri che discreti arrivano a intervalli, scaricando ospiti stranieri con borse da spiaggia con il brand dell’hotel. Nessun prezzo è indicato né sul sito dell’hotel né su quello della spiaggia. Solo attraverso un sito di notizie greco troviamo qualche riferimento concreto: un ombrellone con due lettini costa 105 euro nei giorni feriali e 150 euro nel weekend. Una cabana costa 160 euro dal lunedì al venerdì, 220 euro il sabato e la domenica.
La monetizzazione del tempo libero qui non è niente di nuovo, anzi, sta diventando sempre più comune in tutto il mondo. In molte aree costiere, gli spazi vengono plasmati per servire turisti e interessi privati, mentre la gente del posto si ritrova progressivamente tagliata fuori. Eppure, a prima vista, tutto sembra scorrere senza interruzioni. Non ci sono corde, cartelli o segni evidenti che indichino dove finisca il pubblico e inizi il privato.
Qualche persona si muove tra le due zone – abbastanza da alimentare l’illusione di un confine non rigido. Alcuni lasciano le loro cabane per fare una breve passeggiata lungo la spiaggia libera. Altri, dal lato pubblico, si avvicinano a quello attrezzato, fermandosi vicino alla linea invisibile dove iniziano i lettini. La gente scatta foto, tante. Sul lato libero, i bagnanti posano con la spiaggia privata sullo sfondo, usando gli ombrelloni ordinati e la sabbia curata come scenario. Sul lato privato, le persone scattano foto verso il tratto non curato, roccioso, verde, un po’ selvaggio. Tutti sembrano volersi appropriare del paesaggio altrui, cercando di vivere un’esperienza che non appartiene a loro.
Il mare è il grande livellatore. Una volta in acqua, tutte le linee sfumano. Anche il pontile contribuisce a questa illusione. Pur trovandosi nella zona privatizzata, è fisicamente accessibile a tutti. I bambini lo adorano. Ci avviciniamo per guardare la spiaggia dal loro punto di vista e restiamo un po’ sul pontile. Ci sorprendiamo a pensare a quanto siano gentili a permetterci di restare – il punto di riferimento è cambiato, abbiamo interiorizzato così profondamente l’impronta della privatizzazione che l’accesso, quando non è negato, ci sembra un atto di benevolenza. In generale, questa sensazione di “generosità” maschera l’asimmetria di potere sottostante: l’accesso è concesso, ma sempre in modo condizionato e secondo i termini definiti dal controllo privato. Alla fine, la benevolenza diventa un meccanismo sottile di esclusione, che consente alla privatizzazione di apparire civile.
È finalmente il nostro momento di entrare in mare per una nuotata. Dopo poche bracciate, ci troviamo vicino a una piccola terrazza artificiale con una panchina in pietra. Decidiamo di salirci sopra. Da questo punto, possiamo vedere un’altra spiaggia, dove alcuni yacht sono allineati in silenziosa disciplina. Sulla spiaggia, ogni ombrellone è sistemato con cura, ogni asciugamano ben disteso su un lettino. Da qui, è difficile non chiedersi: è questa la direzione verso cui stiamo andando? Un futuro in cui il pubblico è costretto ad accontentarsi di ciò che resta? Il mare sembra ancora aperto, ma la riva racconta già un’altra storia.
In tutto il mondo, dall’Indonesia alla Grecia, coste un tempo condivise stanno silenziosamente passando in mani private. A Bali, nuove leggi regionali sono state introdotte per impedire ai resort di recintare le spiagge, riaffermando che nessun tratto di litorale dovrebbe essere di proprietà privata. In Italia, quasi metà della costa è vincolata da concessioni a lungo termine, spingendo l’Unione europea a intervenire e gruppi di attivisti come Mare Libero a protestare. In Turchia, una normativa recente consente lo sviluppo turistico in aree costiere boschive tradizionalmente protette dalla costituzione e dalle leggi ambientali e costiere purché siano tecnicamente “aperte al pubblico”, suscitando i timori di chi difende i diritti civili che questa vaga formulazione possa spianare la strada a una privatizzazione di fatto delle aree costiere. È sempre più evidente che, se non si interviene, gli ultimi luoghi aperti a tutti potrebbero svanire silenziosamente e con loro le opportunità di incontro della comunità in un luogo condiviso che accoglie tutti, non solo chi se lo può permettere.
E quindi, la domanda rimane: si può davvero parlare di coesistenza bilanciata tra sfera pubblica e sfera privata, o è solo un’illusione?
Leggendo con attenzione la ristampa della Cucina di strettissimo magro di padre Gaspare Stanislao Dellepiane – volume datato 1880 – e scorrendo la biografia di questo acculturato francescano appartenente all’Ordine dei Minimi (voluto da san Francesco da Paola nel 1435), si ricavano, indirettamente, diverse notizie sia di carattere naturalistico sia tali da indurre a riflessioni sul rapporto fra i religiosi e il promontorio di Portofino attraverso quella che era la loro alimentazione.
Padre Dellepiane manda alle stampe il libro un anno dopo aver lasciato la chiesa di San Nicolò di Capodimonte, che aveva retto dal 1874. Tra l’altro aveva curato la popolazione locale quale medico omeopatico, dimostrando la sua grande conoscenza nel campo dell’erboristeria. Durante il suo soggiorno, dovrebbe avere stilato molte delle 476 ricette pubblicate nel suo volume, utilizzando non si sa in quanta parte antichi testi e tradizioni religiose e locali, ma sicuramente rispettando le severe regole del suo Ordine, che impedivano l’uso di carni, latte, uova e loro derivati.
È interessante notare come a terra, ranocchie e rane, lumache e anguille, stanate dai rii con l’euforbia – il cui veleno induce i pesci a muoversi e a scappare dai rifugi – costituissero una fonte alimentare, ancorché marginale. I pesci la fanno da padrone e – specchio della cultura popolare degli uomini di mare – garantiscono un fattore importante della varietà alimentare proposta dal frate.
Ecco l’elenco dei pesci così come si susseguono nelle ricette. Per quanto concerne il mare, si hanno: acciughe – già citate, ma conservate in barile, in un documento del XIV secolo relativo all’eremo di Sant’Antonio di Niasca –, agone, angelo, argentosa, bianchetti, bolagio, boldrò, bove pesce, buga, capone, caponero, cavalla, caviglione, chiandone, chiozzo, crovello, dentice, fan fano, favotta, ferrazza, ficotto, figaro, gallinella, gronco, imperatore, indorata, lama, lampuga dorata, lecca, luccipo, lucerna rossa e nera, lupazzo, meanta, menola, merluzzo, mormora, morona, morona spinosa, moscardino, mostella, mugine, murena, notola, occhiata, ombrina, orata, palamita, palombo, pappagallo, parago, pavazzo, pelle dura, perchia, pesce prete, pesce re, pesce spada, pesce topo, pescimpiso, porchetto, rasoio, razza, ribello, rombo, ronco, rondine, rondinino, rossetti, salpa, San Pietro, sarago, sardelle, sarpa, scorfina, scorpena, serretta, sgombro, signora pesce, sogliola, sparletto, strombolo, su- gherello, tanuta, tompella, tonno, tordo, tremolo, triglie, truggina, zerro.
Nel ricettario non mancano altri prodotti del mare quali i molluschi (arsella, calcinello, polpo, seppia, vongola), un crostaceo, l’aragosta, un rettile e la tartaruga di mare, cucinata al pari della quella di terra. Tra i pesci di acqua dolce – evidentemente acquistati – sono elencati, inoltre, carpa, luccio, pesce persico, tinca e storione, con il suo derivato: il caviale.
Non è certo singolare che i pesci costituiscano una percentuale note- vole dell’alimentazione dei religiosi, i quali presso l’abbazia della Cervara hanno addi- tittura costruito una peschiera di notevoli dimensioni.
Relativamente alle piante, si utilizzano – quali ingredienti secondari – pinoli, mandorle, limoni, amarene, fichi, capperi e zafferano.
Appaiono anche le officinali, chissà da quanto coltivate negli orti di contadini, di monasteri e di conventi. La grossa quantità è rappresentata, però, dalle erbe spontanee del territorio: alloro, basilico, borragine, maggiorana, mellissa citrica, menta, nepetella, origano, prezzemolo, rosmari- no, salvia e timo.
Se si passa alle verdure, si trova un lungo elenco di tipi piantati nei terreni dei cenobi e in quelli dati con contratti enfiteutici. Tra le specie selvatiche, si rinvengono solo asparagi, bietole, funghi neri e ovuli, a conferma di una distanza con la cucina popolare, dove prevalgono le erbe del preboggion, ossia piante raccolte nei prati, negli uliveti, fra le pietre dei muri a secco e utilizzate in numerose ricette: da crude, in in- salata, o – come indica il nome – da bollite, per ottenere contorni o ingredienti fondamentali di alcuni primi piatti.
Notizie sulla vita monastica medievale, relative ai benedettini – ordine rigoroso nel concepire l’alimentazione come esercizio nella penitenza e nella mortificazione – si possono ricavare anche per i religiosi di San Fruttuoso, considerando i diritti di cui godevano i cenobiti.
La regola benedettina è improntata a un’alimentazione sana e naturale, che è condizionata dalla produzione stagionale e diversa da regione a regione, nonché – come è ovvio – da eventi catastrofici quali guerre, epidemie, carestie e mutamenti climatici. A differenza dei Minimi, i seguaci di san Benedetto possono beneficiare di uova e formaggio, in quanto sono precluse solo
carni rosse e spezie. Avrebbero potuto avvalersi quindi delle proteine derivate da al- cune delle prede dei falconi da caccia, co- me i colombacci o i piccoli uccelli della macchia.
I falchi del territorio – oggi sono il falco pellegrino, il lodolaio, il gheppio, lo sparviero – almeno dall’inizio del secolo XII sono appannaggio dei monaci e, sicuramente prima del 1162, gli stessi hanno diritti esclusivi sulla pesca e sulla caccia. Da un privilegio solenne di papa Alessandro III sappiamo, infatti, che “[…] ogni portofinese dovrà servirsi unicamente del forno del monastero […] ogni allevatore consegnerà al cenobio tutti i fegati di maiale di oltre un mese e mezzo d’età […] , ogni pescatore infine cederà ogni settimana di quaresima due bughe […]”.
Una prima riflessione è legata al fegato di maiale, in quanto le diete – come quella dei minimi e dei benedettini – hanno una gra- ve carenza nell’apporto di vitamina A, pre- sente, invece, in grande quantità nell’ali- mento, che evidentemente è somministra- to ai religiosi per evitare che si ammalino. Fermo restando che ai monaci e ai frati infermi sono accordate specifiche dispense alimentari, il metodo sistematico di approvvigionamento del prodotto da parte dell’abbazia di San Fruttuoso fa pensare o a una particolare concessione in deroga alle severe regole alimentari – licenza che poteva essere data solo dal papa – o a una vera e propria tipicizzazione regionale della cucina del monastero.
La consegna delle boghe in periodo di Quaresima, pergiunta, conferma come la qualità del cibo oltre alla sua quantità variassero nel rispetto delle solennità liturgiche. L’alimentazione benedettina – essendo basata su pane, legumi, formaggi, pesce e vino – è infatti parsimoniosa e in- tercalata da digiuni ed è molto diversa da quella dei ricchi laici del tempo, dalle cui famiglie, comunque, molti monaci provenivano.
Anche nel Medioevo, sicuramente l’alimentazione dei confratelli differisce da quella della popolazione della regione: dal privilegio del 1162 di Alessandro III, emerge che tra alcuni portofinesi è diffuso l’uso del pane, come ha testimoniato lo studioso Gianni Rebora, recentemente scomparso, che ha scritto: “Un alimento destinato soprattutto a chi poteva per- mettersi di pagarne il prezzo […], il conta- dino non proprietario […] si nutriva male, ricorreva alla polenta (di farro, di fave, di ceci) e solo raramente usava il pane, qua- si mai di frumento […]”. Questo prodotto è relativamente diffuso in quel borgo, dove la presenza militare, il commercio marittimo e la pesca creano, per alcune categorie di lavoratori, una situazione economica migliore e tale da affrancarsi dalle condizioni di sopravvivenza, che caratterizzano gli abitanti del territorio nel Medioevo
Sant’Antonio Abate nasce a Coma, in Egitto (circa 252-357d.c., 105 anni a quei tempi! ) nella periferia di un Impero Romano che sta passando tumultuosamente ad un nuovo ordine, in cui il Cristianesimo comincia ad assumere un’importanza determinante. Il giovane Antonio si converte al Cristianesimo, si libera dei suoi beni e si dedica alle preghiera e alla radicale obbedienza al Vangelo, in un eremo solitario sul monte Pispir in Egitto. Nonostante tutta la buona volontà, Antonio non riesce a rimanere solo; attirati dalla sua personalità e dalla sua fama di santità, altri eremiti si stabiliscono nelle vicinanze. Antonio così diventa padre (Abbas in ebraico, da cui Abate) dei primi monaci, legati da una regola monastica molto radicale. Ma la dote che sembra peculiare ad Antonio è quella taumaturgica; è capace di guarire molte malattie e i pellegrini che cercano un rimedio ai mali del corpo si sommano a quelli che cercano un rimedio ai mali dello spirito.
Il 17 gennaio si celebra la sua festa. Uno dei suoi simboli legati a mille storie e mille leggende è IL FUOCO: e il fuoco si accendeva proprio in quel periodo per bruciare le potature, le vecchie sterpaglie non usate per scaldarsi.
Questo FUOCO aveva un grandissimo valore simbolico nel cruciale passaggio dalle tenebre alla luce, dal freddo alla stagione più mite; dal rischio di malattie e morte alla rinascita e speranza di nuova prosperità nella buona stagione; è il periodo quando si percepisce un leggero allungamento delle giornate, dopo il solstizio d’inverno (21-23 dicembre) il giorno di minor luce e la notte più lunga.
”Un luogo più adatto per un eremitaggiodella valletta di Niasca, non èimmaginabile“dal libro fotografico “La mia dimora Liguredel Barone Alfons von Mumm (Berlino 1915)
Nei primi anni del ‘300 un uomo di Capodimonte, Nicolò di “Traversaria”, siritira nella valle di Niasca per vivereuna scelta di preghiera e di lavoro. Vive coltivando i terreni rurali, che nel1312 lascia in eredità a un uomo di fiducia, Giovannino da Chiavari. Nel 1318Giovannino si accorda con altri due“fratres”, Luchino e Guglielmo, che a propria volta dispongono di altra terra ed edifici tra cui ”una certa chiesetta” intitolata a sant’Antonio Abate, intorno a cui si sviluppa un piccolo centro economico, col suo mulino, il frantoio, la sorgente, un rapido accesso al mare per la pesca, e le coltivazioni di ulivi e alberi da frutta. L’impegno della piccola comunità, secondo la volontà di Nicolò è la dedizione alla preghiera e al lavoro, per la salvezza delle loro anime.Le terre di Sant’Antonio fruttano grazie a una manodopera a costo zero e a scarse esigenze di consumo: alla metà del XV secolo, quando compare come possono accordare prestiti in denaro e in natura ai vicini bisognosi.
Qualche decennio dopo la chiesa di Sant’Antonio è gestita da Andrea, un uomo molto dinamico, che si definisce “frater e prior ecclesiae Sancti Anthoni de Niascha”. Non ha nulla di personale, ma dispone per la chiesetta tutto il necessario, olive, olio, barili di sardine, attrezzi di lavoro, da pesca, da cucina. Il 3 febbraio 1348 nel suo testameto si preoccupa che i beni della chiesa non vadano dispersi dopo la sua morte e chiede di essere sepolto si preoccupa che i beni della chiesa non vadano dispersi dopo la sua morte e chiede di essere sepolto lì.
Dopo di lui non si hanno più notizie dell’Eremo alla metà del XV secolo, quando compare come possedimento dell’abbazia della Cervara; ma gli stessi monaci sembrano già averne perso memoria nel XVI, quando l’autore anonimo del “Tesoro della Cervara” ammette di non trovare alcuna scrittura che lo illumini sulla storia di quel luogo, tranne i primi documenti.
Se decidi di venire all’Eremo di Sant’Antonio di Niasca, dove si arriva a piedi in pochi minuti dalla strada provinciale per Portofino,ti invitiamo a leggere questo racconto bellissimo perché ti aiuta a orientarti in una territorio particolare con una forma e una dimensione inconfondibili e inusuali: non per i Liguri o chi la Liguria la frequenta!
Tratto dal libro “La strada di San Giovanni” di Italo Calvino (cresciuto a Sanremo).
E così anche adesso se mi chiedono che forma ha il mondo, se chiedono al me stesso che abita all’interno di me e conserva la prima impronta delle cose, devo rispondere che il mondo è disposto su tanti balconi che irregolarmente s’affacciano su un unico grande balcone che s’apre sul vuoto dell’aria, sul davanzale che è la breve striscia del mare contro il grandissimo cielo, e a quel parapetto ancora s’affaccia il vero me stesso all’interno di me, all’interno del presunto abitante di forme del mondo più complesse o più semplici ma tutte derivate da questa, molto più complesse e nello stesso tempo mol to più semplici in quanto tutte contenute o deducibili da quei primi strapiombi e declivi, da quel mondo di linee spezzate ed oblique tra cui l’orizzonte è l’unica retta continua.
Comincerò allora col dire che il mondo è composto di linee spezzate ed oblique, con segmenti che tendono a sporgere fuori dagli angoli d’ogni gradino, come fanno le agavi che crescono spesso sul ciglio, e con linee verticali ascendenti come le palme che fanno ombra ai giardini o terrazzi sovrastanti a quelli in cui hanno radici, e mi riferisco alle palme del tempo in cui ordinariamente erano alte le palme e basse le case, le case anche loro che tagliano verticalmente la linea dei dislivelli, poggiate mezzo sul gradino di sotto e mezzo su quello di sopra, con due pianterreni uno sotto uno sopra, e così anche adesso che ordinariamente le case sono più alte di qualsiasi palma, e tracciano linee verticali ascendenti più lunghe in mezzo alle linee spezzate e oblique del livello del suolo, resta il fatto che hanno due o più pianterreni e che per molto che s’alzino c’è sempre un livello del suolo più alto dei tetti, cosicché nella forma del mondo che ora sto descrivendo le case appaiono come a chi guarda i tetti dall’alto, la città è una tartaruga là in fondo dal guscio quadrettato e in rilievo, e non perché la vista delle case dal basso non mi sia familiare, anzi posso sempre chiudere gli occhi e sentirmi alle spalle case alte ed oblique quasi senza spessore, ma allora basta una casa a nascondere le altre possibili case, la città più in alto di me non la vedo e non so se ci sia, ogni casa sopra di me è una tavola verticale dipinta di rosa appoggiata alla china, tutti gli spessori si schiacciano in un senso ma non è che nell’altro s’allarghino, le proprietà dello spazio variano a seconda delle direzioni in cui guardo in rapporto al modo in cui mi trovo orientato.
È chiaro che per descrivere la forma del mondo la prima cosa è fissare in quale posizione mi trovo, non dico il posto ma il modo in cui mi trovo orientato, perché il mondo di cui sto parlando ha questo di diverso da altri possibili mondi, che uno sa sempre dove sono il levante e il ponente in tutte le ore di giorno e di notte, e allora comincio col dire che è verso mezzogiorno che io sto guardando, il che equivale a dire che sto con la faccia in direzione del mare, il che equivale a dire che volto al monte le spalle, perché è questa la posizione in cui io di solito sorprendo il me stesso che se ne sta all’interno di me stesso, anche quando il me stesso all’esterno è orientato in tutt’altro modo o non è affatto orientato come spesso succede, in quanto ogni orientamento comincia per me da quell’orientamento iniziale, che implica sempre l’avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente, e solo a partire di li posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni.
Se dunque mi avessero domandato quante dimensioni ha lo spazio, se domandassero a quel me stesso che continua a non sapere le cose che s’imparano per avere un codice di convenzioni in comune con gli altri, e prima tra queste la convenzione secondo la quale ognuno di noi sta all’incrocio di tre dimensioni infinite, infilzato da una dimensione che gli entra nel petto e gli esce dalla schiena, da un’altra che lo trapassa da una spalla all’altra, e da una terza che gli perfora il cranio e gli viene fuori dai piedi, idea che uno accetta dopo molte resistenze e ripulse, ma poi farà finta di averlo sempre saputo perché tutti gli altri fanno finta d’averlo sempre saputo, se dovessi rispondere in base a quanto avevo veramente imparato guardandomi intorno, sulle tre dimensioni che a starci nel mezzo diventano sei, avanti indietro sopra sotto destra sinistra, osservandole come dicevo voltato con la faccia verso mare e verso monte le spalle, la prima cosa da dire è che la dimensione dell’avanti a me non sussiste, in quanto lì sotto comincia subito il vuoto che poi diventa il mare che poi diventa l’orizzonte che poi diventa il cielo, per cui si potrebbe anche dire che la dimensione dell’avanti a me coincide con quella del sopra di me, con la dimensione che a voi tutti esce dal centro del cranio quando state diritti e che si perde subito nel vuoto zenith, poi passerei alla dimensione dell’indietro a me che non va mai molto indietro perché incontra un muro uno scoglio un pendio scosceso o cespuglioso, dico e trovandomi sempre con le spalle al monte cioè a mezzanotte, quindi anche quella dimensione li potrei dire che non sussiste o che si confonde con la dimensione sotterranea del sotto, con la linea che vi dovrebbe uscire dalla pianta dei piedi e invece non esce un bel niente perché tra la suola delle vostre scarpe e l’impiantito non ha spazio materiale per uscire, e poi c’è la dimensione che si prolunga alla sinistra e alla destra e che per me corrisponde più o meno al levante e al ponente, e questa sì che può continuare dalle due parti perché il mondo continua col suo contorno frastagliato cosicché a ogni livello si può tracciare una linea orizzontale immaginaria che taglia la pendenza obliqua del mondo, come quelle che vengono tracciate sulle carte altimetriche e hanno un bellissimo nome, isoipse o come le derivazioni d’acqua che convogliano su cunette orizzontali il magro defluire dei torrenti per irrigare sull’uno o sull’altro versante le fasce di terreno coltivabile ricavate sostenendo il pendio coi muri di pietre ma anche a proseguire lungo questa dimensione non è che si vada molto lontano perché prima o poi sia a levante che a ponente si arriva allo spartiacque di un capo e allora o si considera che la linea si perde nell’aria del cielo confondendosi con la prima dimensione di cui abbiamo parlato, o la si fa continuare dall’altra parte da brava isoipsa seguendo la serie d’insenature e golfi e avvallamenti interni a queste insenature e golfi, fino a incontrare promontori che si spingono nel mare più avanti di altri promontori delimitando golfi più vasti che comprendono i golfi più interni, e così via fino a stabilire che questo sistema di golfi interni ad altri golfi, dorati al mattino e azzurri la sera verso ponente, verdolini al mattino e grigi la sera verso levante, continua così per quanto sono lunghi i mari e le terre, tendendo a inglobare tutto il mare in un unico golfo, per cui tanto vale considerare come forma del mondo quella del golfo che ho davanti ai miei occhi, delimitata dal capo che mi sta a levante e da quello che mi sta a ponente, e se non da un capo da quel qualcosa che ferma la mia vista da una parte e dall’altra, dosso di collina, tronco d’olivo, superficie cilindrica di serbatoio di cemento, siepe di ginestre, araucaria, ombrellone, o quali che siano le due quinte che delimitano il palcoscenico al cui centro io mi trovo, dando le spalle a un alto fondale e fronteggiando la ribalta del luminoso orizzonte… segue nei racconti di Italo Calvino “La strada di San Giovanni”.
Le scoperte di Alula in Arabia Saudita ispirano l’attualissima lotta alla siccità e alla desertificazione. Volentieri pubblichiamo un’iniziativa molto interessante di Ipogea che si occupa di progettare con le conoscenze tradizionali e il loro uso innovativo
Il pozzo prestorico di Alula (Arabia Saudita) che rivela un sistema idrico sotteraneo antichissimo
L’articolo della rivista “Archeologia Viva” sui lavori dello Scavo del Pozzo Madre effettuati da IPOGEA.
In Arabia Saudita, un progetto archeologico coordinato da Pietro Laureano e condotto da IPOGEA e Simone Mantellini per l’Università di Bologna ha portato alla luce scoperte rivoluzionarie nel Qanat di Ayn Tidil, situato nell’oasi storica di Alula. Questo scavo ha rivelato antichi sistemi idrici tra cui i condotti verticali in pietra di un qanat, galleria drenante sotterranea che produce l’acqua per le oasi, parte di una rete idrica più complessa. Infatti ulteriore scoperta e caso unico nello studio sui qanat è che questo insiste sull’invaso di un grande pozzo più arcaico a cielo aperto. Il ritrovamento e la connessione di questo impluvio con graffiti rupestri e strutture di pietra poste lungo le pendenze e il pianoro dell’altopiano sovrastante indicando tecniche avanzate di gestione dell’acqua da parte delle antiche civiltà della regione. Le evidenze mostrano la presenza umana fin dal periodo preistorico, con la civiltà che sviluppava metodi ingegnosi per la raccolta e la gestione dell’acqua. Queste scoperte non solo rivelano la storia di Alula, ma offrono anche soluzioni innovative per affrontare la siccità e la desertificazione attuali, ispirandosi alle tecniche antiche per una gestione sostenibile delle risorse idriche.
Risparmiare raccogliere riusare l’acqua coi muretti a secco
Nei terreni acclivi i muretti a secco sono una soluzione molto efficiente per la cura del territorio. Hanno un ruolo fondamentale nella prevenzione delle frane, inondazioni e bombe d’acqua. Combattono le erosioni della terra preservando la fertilità del suolo; migliorano la biodiversità e creano un microclima perfetto per l’agricoltura e per l’ambiente.
Il muro di pietra/cemento fa l’opposto! Blocca l’acqua che scendendo gira intorno all’ostacolo e si somma velocemente a tutte le altre acque che girano altri ostacoli di cemento impermeabile diventando abbondanti e impetuose; non scarica la spinta del terreno gravido d’acqua che quando crolla si ribalta interamente. Nei periodi di siccità disidrata i piani coltivabili, non essendo in grado di captare l’umidità notturna sulle alzate dei terrazzamenti.
In questa edizione della newsletter Lapilli+ ti raccontiamo di un’iniziativa volta a contrastare l’abbandono e lo spopolamento delle aree rurali attraverso il turismo sostenibile e il recupero del paesaggio storico, con un occhio anche alle sfide che i cambiamenti climatici ci pongono davanti. Quest’esempio arriva dalla Liguria, dal monte di Portofino per l’esattezza. Qui si sta cercando di recuperare il sapere costruttivo dei muri a secco che, per le loro funzioni di regimazione delle acque, potrebbero rivelarsi molto utili nell’attenuare gli effetti di precipitazioni intense così come di periodi di siccità. Speriamo che questa iniziativa possa ispirarti, tanto quanto ha ispirato noi.
Adagiata sulle pendici orientali del monte di Portofino si trova la valle di Niasca, protetta dai venti e ricca di acque. Un tempo dimora di monaci eremiti e poi del barone Giacomo Baratta, ha vissuto anni di abbandono, dal dopoguerra fino a tempi recenti, rispecchiando il destino di molte altre aree dell’entroterra ligure. Da qualche anno a questa parte, però, un gruppo di ragazzi si è messo in testa di recuperare parte della valle. Ha iniziato con la dimora baronale costruita a metà del 1800, con annesso un mulino, trasformandola in un rifugio per escursionisti.
“L’idea era quella di ricreare un luogo che fosse un rifugio escursionistico, un punto di riferimento per il turismo sostenibile e che avesse come focus il rilancio del territorio”, ha spiegato al telefono Luca Pierantoni, uno dei gestori dell’Eremo di Sant’Antonio di Niasca.
Oltre a offrire un tipo di ospitalità alternativa a quella che si può trovare nella Rapallo iper-urbanizzata e nell’esclusiva Portofino, la missione dell’eremo è ora focalizzata sul recupero dell’ambiente circostante e dei tipici terrazzamenti, conosciuti in Liguria anche come “fasce”, cioè strisce di terra coltivabili ricavate lungo i versanti scoscesi grazie alla costruzione di muri a secco.
la zona di cantiere sopra l’Eremo di sant’Antonio di Niasca
Così nel 2023 l’eremo ha partecipato e vinto un bando del Piano nazionale di ripresa e resilienza per la “protezione e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale” con il progetto Aquae. Al centro del progetto c’è la riabilitazione dei metodi costruttivi del passato per recuperare quanta più acqua possibile.
“Questa idea di ricerca e di captazione dell’acqua era diventata un po’ una nostra fissazione”, spiega l’architetto Antonio Marruffi, che sta seguendo la realizzazione del progetto.
La gestione e il recupero dell’acqua è sempre stata centrale per la vita della valle di Niasca, come testimoniano antichi fossati, canali e cisterne, opere costruite in passato dai monaci eremiti per coltivare i terrazzamenti e far funzionare i mulini per la produzione dell’olio – dove era infatti l’acqua a far muovere le presse usate per schiacciare le olive.
In questo contesto, anche i muri a secco hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. “I muretti a secco sono uno dei modi di raccolta delle acque che sono presenti nella valle”, dice Marruffi. Svolgono un’importante funzione di regimazione andando a influire sulla capacità di drenaggio del terreno. Se non viene gestito, infatti, il surplus di acqua cade di terrazzamento in terrazzamento e si accumula. “Nel nostro caso, invece, l’acqua viene raccolta alla base del muro, tramite delle canalizzazioni, sempre in pietra, con dei cosiddetti acquidocci”.
L’acquidoccio è una specie di canale che raccoglie l’acqua in eccesso che non viene trattenuta dal terreno. Nel caso dell’eremo, il muro e l’acquidoccio lavorano insieme, modellando il versante. I muri non sono perfettamente verticali, come le fasce di terreno tra un muro e l’altro non sono perfettamente orizzontali. Le acque convogliano così verso l’acquidoccio per poi confluire dentro un’antica cisterna.
Il funzionamento di un acquidoccio illustrato (Antonio Marruffi).
In Liguria si stima che ci siano circa 40mila chilometri di muri a secco e che i terrazzamenti ricoprano 42.636 ettari. Questi muri sono delle opere complesse che richiedono una piccola seppur regolare manutenzione. Sfruttano gli attriti verticali e orizzontali per rimanere in piedi, e se una pietra si sfila, va rimessa a posto affinché il muro mantenga sempre una sua pressione e stabilità. Oltre a drenare l’acqua in eccesso, il muro a secco ha la capacità anche di trattenere l’umidità. Se costruito secondo modalità specifiche, diventa parte integrante del ciclo dell’acqua ed entra in dialogo con l’acqua, lavora con l’acqua.
Ma non solo.
“Il muretto a secco ha una funzione che non è solo quella di tenere su dei terrazzamenti. Dal punto di vista della vegetazione, fa crescere al suo interno delle piccole specie animali”, spiega Marruffi. “Mantiene un habitat al suo interno. La pietra accumula calore di giorno e lo rilascia di notte mitigando e stabilizzando le temperature”. E questo micro habitat creato dal muro a secco è “tutt’altra cosa rispetto a uno in calcestruzzo”.
Solo che per costruire un muro a secco non basta mettere una pietra sopra l’altra, ci vuole una progettazione ben precisa. “La posa delle pietre non è casuale”, dice Marruffi. “Ci sono tanti fattori che richiedono una grande professionalità, più di quanto si possa immaginare”.
Muraglieri al lavoro (Antonio Marruffi).
Nel momento in cui le valli si spopolano e la conoscenza sulla manutenzione di queste opere viene meno è facile capire come, nel giro di poco tempo, queste strutture possano cadere in stato di abbandono e franare. Ma se mantenute regolarmente, possono durare anche centinaia di anni, contribuire alla stabilità dei versanti, prevenire il dissesto idrogeologico e rendere abitabili e coltivabili i territori impervi.
Ma costruire muri a secco resta un lavoro estremamente faticoso, che richiede grande precisione e maestria. Pochi in Italia hanno le competenze tecniche per fare dei muri in pietra senza l’utilizzo di cemento. Questi esperti artigiani sono i muraglieri. Tra loro c’è Gianluca Longhi, cofondatore di Milarepa, un collettivo di muraglieri che promuove la conoscenza costruttiva di questi manufatti e che sta realizzando il progetto Aquae all’eremo.
Longhi non nasce muragliere, ma apprende quest’arte da adulto. Originario della Lombardia, ha iniziato a fare muri a secco una decina di anni fa. Lavorava a Milano come content writer per un blog. Poi però nel 2008 arriva la crisi economica, la scelta di trasferirsi a Camogli e di iscriversi a un corso di muri a secco a Chiavari. Si è così innamorato del mestiere, diventando muragliere a tempo pieno.
“All’inizio è stata dura. Eravamo sempre lì lì, pronti a lasciare, pronti a cercare un’alternativa, perché non avevamo lavori per coprire tutto l’anno”, dice Longhi. “Adesso invece è la situazione opposta, non sappiamo come gestire le richieste che ci arrivano”.
Anche in virtù delle loro molteplici qualità paesaggistiche e ambientali, i muri a secco stanno riguadagnando popolarità. I posti per frequentare i corsi di formazione per imparare il mestiere vanno esauriti velocemente e, secondo Longhi, la figura del muragliere, nonostante sia un lavoro fisicamente molto duro che si fa prevalentemente a mano, sta diventando sempre più richiesta e ben remunerata.
Questa riscoperta, probabilmente legata anche al riconoscimento dell’arte dei muri a secco come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco, avvenuta nel 2018, andrebbe accompagnata da politiche e incentivi mirati per ripopolare territori abbandonati e promuovere la formazione nelle tecniche costruttive. In questo senso, l’Eremo di Sant’Antonio di Niasca potrebbe essere un esempio per altre parti d’Italia e del Mediterraneo.
Muri a secco in costruzione all’eremo (Antonio Marruffi).
I lavori intanto all’eremo procedono spediti. Nei prossimi mesi, oltre alla realizzazione di workshop e laboratori per diffondere le tecniche costruttive, si cercherà di capire quanta acqua verrà effettivamente recuperata da muri a secco e acquidocci per poi valutare se il modello è riproducibile in altri parti del Mediterraneo dove magari ci sono condizioni di siccità più accentuate.
Anche se qualcosa sarà difficile da riprodurre. “L’eremo rimane un posto magico. Abbiamo la fortuna di prendercene cura, di recuperarlo”, dice Pierantoni. “Chi viene trova un posto ancora incontaminato”.